7 gennaio 2013

Il tabù del contatto

7 gennaio 2013

Anno 1956. E’ notte quando un neonato comincia a piangere disperatamente

I suoi genitori non sanno che fare. 
Si impressionano e in preda ad ansia e agitazione si fanno guidare dall’istinto.

Lo prendono in braccio e avvolto in una coperta, lo cullano teneramente, cantandogli una ninna nanna. 

Il piccolo si calma. Sta bene tra le braccia dei genitori. L'affetto e il calore lo fanno sentire al sicuro

Smette di piangere, ma non appena essi provano a riadagiarlo nella culla lui prende a strillare. Cominciano le domande, i dubbi. Cosa abbiamo sbagliato? Dovevamo lasciarlo piangere? Lo stiamo viziando? 

Il padre, confuso, si rivolge a una rivista, chiedendo consigli all’esperto. 

La rivista è La Cucina Italiana (strano ma vero), che negli anni ‘50 non trattava soltanto di cucina, ma intratteneva le sue lettrici anche con argomenti di puericultura. 

Nella sua “Lettera da un marito”, il padre domanda quale sia stato l’errore e chi l’abbia commesso. 

“Mia moglie afferma che sono stato io che, la prima sera, ho subito sollevato il bambino dalla culla e ho cominciato a vezzeggiarlo; io ribatto che è stata lei che, dopo i vani tentativi di rimetterlo giù, ha continuato a portarlo a spasso per la casa.(…)”.

 

L’esperto risponde così:

 

"Lei dal canto suo, non deve impressionarsi se il bambino riattaccasse a piangere, perché in questo caso (a meno che il bambino non sia ammalato) si tratterà senz’altro di capriccetti che vanno eliminati con fermezza, fino dalla più tenera età. Forse le prime volte il piccolo, non vedendosi più accontentato, continuerà a piangere, ma lo lasci fare; quando avrà visto vani tutti i suoi mezzi di persuasione, si calmerà da solo. Questa non è “durezza di cuore” (come qualcuno ancora afferma), bensì l’unico sistema per correggerlo da questa cattiva abitudine (…)."

da La Cucina Italiana, Dicembre 1956 

 

Siamo oggi all’alba del 2013 e sono passati quasi sessant'anni da quando ci si impegnava per correggere le “cattive abitudini” dei neonati, ma ancora non abbiamo smesso di domandarci se tenere in braccio e coccolare un bambino che piange… non significhi in fondo viziarlo.

 

Scrive Alessandro Volta, “questo padre si aspettava un figlio pacifico che lo lasciasse tranquillo; stava filando tutto liscio quando una notte improvvisamente, senza nessun segno premonitore, il bambino ha iniziato a piangere. Nessun dubbio che quel pianto rappresentasse una modalità di esprimersi del bambino; quel pianto è vissuto soltanto come una tremenda scocciatura che interrompe il sonno. Questi due genitori sono impressionati dal pianto, come se il figlio si fosse messo ad abbaiare o a belare o come se a loro stessi non fosse mai capitato di piangere. (leggi anche Aiuto sta piangendo!)

Fortunatamente vengono colti dall’istinto: lo prendono in braccio e lo cullano

Questi poveri genitori subiscono però la frustrazione dell’insuccesso e si interrogano su quale imperdonabile errore abbiano commesso. 
Nella prima ipotesi è il padre ad essere colpevole di grave vezzeggiamento, nella seconda è la madre che si prende il lusso di girare per casa col bambino in braccio, e sembra quasi provarne piacere.
Nessuno sembra domandarsi come mai nel resto del mondo, da millenni, milioni di madri (e di padri) vivano e lavorino con il piccolo figlio aggrappato a sé (ma forse fanno così perché sono poveri…). (leggi anche Le conseguenze dell'amore)

La risposta dell’esperto dimostra quanto quella società civile fosse lontana dall’aver compreso il mondo dell’infanzia. Non trattandosi di malattia, il piccolo è affetto da capriccetti. Ma niente paura! I capriccetti possono essere guariti. Basta agire in fretta e con fermezza. 

L’esperto, non lo dice, ma fa intendere che questi genitori abbiano agito scorrettamente, cadendo al primo pianto nella trappola del piccolo furbetto. 

Il suo pianto non è provocato da alcuna malattia. Pertanto è irrazionale e privo di diritti. 

Da qui la necessità che il bambino sperimenti fin dalla tenera età la frustrazione di non ricevere risposta ai suoi richiami. Privato del contatto con i genitori il piccolo deve provare sulla propria pelle l’angoscia dell’abbandono, fino a non desiderare più abbracci e calore. 

Alla fine all’esperto viene un dubbio riguardo la “durezza” di tale consiglio, ma il cattivo pensiero viene velocemente rimosso attraverso il giudizio insindacabile che questi pianti altro non sono che cattive abitudini (con le quali stranamente quasi tutti i bambini nascono) e dalla certezza granitica che comunque non esistono altri mezzi di correzione. (leggi anche Il contatto corporeo accelera lo sviluppo cerebrale del neonato)

Resistere ai richiami del bambino è faticoso e innaturale, ma viene fatto per il suo bene e per il suo addomesticamento! Poco importa se da grande questo bambino si troverà incapace d’amare, indeciso tra l'esprimere varie forme di nevrosi o una sana e liberatoria violenza.

 

PS. Forse a qualcuno può essere sfuggito, ma l’articolo è stato intitolato lettera da un marito e non lettera da un papà…”

 

Fonte

Nascere genitori, A. Volta, ed. Urra 

Commenti (3)

veronica

beh, gli anni di piombo forse hanno trovato un'origine biologica...

donatella de tommaso

i neonati sono simili ai cuccioli di animali i quali vengono sempre nutriti e coccolati dai genitori. Perchè nn farlo anche noi genitori coi ns piccoli? E da grandi saranno rendere l'affetto che hanno ricevuto!

Giuseppe

.... il mondo infantile è stato sempre "abitato" dagli adulti, nei comportamenti giusti e in quelli sbagliati, che hanno sempre vantato un sapere a volte solo autoriparativo!!! Nello svolgere una azione come quella del massaggio, dovrebbe valere per tutti anche la necessità di apprendere in prima persona il valore del contatto che solo in uno scambio e in una relazione può svolgersi "con - tatto". Solo allora, dopo averlo vissuto, sperimentato e soddisfatto possiamo donarlo senza ambiguità.

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